Decreto Primo Maggio e CCNL: cosa cambia per chi sceglie un contratto

10 aprile 2026

Il dibattito sulla qualità dei contratti collettivi è tornato al centro della stampa nazionale, tutto nello stesso giorno. Il motivo: il Governo sta preparando il cosiddetto “Decreto Primo Maggio”, che dovrebbe attuare la legge delega n. 144/2025 sulla retribuzione equa. Il principio di fondo è quello di estendere i minimi retributivi dei CCNL “maggiormente applicati” come parametro per definire la retribuzione adeguata. Ma il come farlo è tutt’altro che scontato — e le posizioni in campo sono molto diverse.

I numeri di partenza

I dati sono quelli che conosciamo bene su questo sito. Al 31 dicembre 2025, il CNEL registra 1.052 CCNL nel settore privato. Di questi, solo 212 — sottoscritti dalle federazioni di CGIL, CISL e UIL — coprono il 96,1% dei 14,7 milioni di lavoratori tracciati. I restanti 688 contratti riguardano l’1,8% dei dipendenti, circa 267.000 persone. Numeri marginali in percentuale, ma non irrilevanti in termini assoluti: parliamo di oltre 160.000 lavoratori e 21.000 aziende.

Giuliano Cazzola su Il Foglio osserva che l’operazione di pulizia dell’Archivio CNEL ha già dimostrato che i contratti maggiormente applicati sono quelli delle confederazioni storiche. Ne conclude che non servirebbero complessi processi legislativi per “dimostrare ciò che è già evidente nella realtà”. L’Ufficio studi di Confcommercio stima che l’applicazione di contratti firmati da sigle minori nei settori terziario e turismo comporti una perdita media di circa 8.000 euro annui per lavoratore.

Due strade, un bivio

Il decreto del Governo e la proposta di legge d’iniziativa popolare AC 2179 (ieri in Commissione Lavoro alla Camera) affrontano lo stesso problema da angolazioni diverse.

La via del Governo (legge delega 144/2025): non fissa un salario minimo per legge ma rafforza il ruolo della contrattazione collettiva. Il parametro diventa il TEC (Trattamento Economico Complessivo) del contratto di settore sottoscritto dalle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”. Maurizio Sacconi, su Quotidiano Nazionale, propone di andare oltre: garantire a tutti i lavoratori almeno il TEC del contratto migliore di settore individuato dal CNEL, che supererebbe ampiamente i 9 euro lordi orari “perché con il TEC si comprendono tutte le voci indirette della retribuzione e le stesse prestazioni sociali consentite dall’iscrizione del lavoratore ai fondi collettivi”.

La proposta di legge AC 2179 (“salario minimo legale”): fissa direttamente una soglia minima oraria a 9 euro lordi, istituisce una Commissione per l’aggiornamento periodico, e prevede una procedura giudiziaria per reprimere le violazioni. Come riporta Paola de Majo su Italia Oggi, il provvedimento definisce la retribuzione adeguata come il TEC — inclusi TEM, scatti, mensilità aggiuntive e indennità — del CCNL applicabile sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.

Il nodo della rappresentatività

In entrambi i casi, il criterio-perno è lo stesso: la “maggiore rappresentatività comparata”. Il contratto di riferimento è quello firmato dai sindacati più grandi. Dario Di Vico su Il Foglio analizza come il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (Lega) stia cercando di rompere questo monopolio, con l’obiettivo di dare spazio ai sindacati autonomi. Ma le resistenze sono forti: Confcommercio di Carlo Sangalli, scrive Di Vico, “vuole buttar fuori dai tavoli chi conta i firmatari dei contratti pirata”.

Il punto è sempre quello: chi decide cos’è un “contratto pirata”? Oggi la risposta dipende dalla sigla, non dal contenuto. Un contratto può prevedere tutele comparabili al leader di settore ed essere comunque etichettato come “pirata” perché firmato da un’organizzazione meno numerosa. Oppure, come osserva lo stesso Cazzola, possono esistere contratti firmati dalle confederazioni storiche che sono comunque applicabili “laddove esistono contratti pirata” — segno che il problema non si risolve semplicemente escludendo le sigle minori.

Questo è esattamente il motivo per cui esiste contrattipirata.it. Le nostre schede comparative analizzano i CCNL voce per voce — retribuzione, orario, welfare, costo azienda — per rispondere alla domanda che la legge non ha ancora risolto: questo contratto tutela davvero i lavoratori? Non in base a chi lo firma, ma in base a cosa prevede.

Cosa significa per aziende e consulenti del lavoro

Se il Decreto Primo Maggio andrà nella direzione annunciata, il TEC dei contratti “più rappresentativi” diventerà il pavimento retributivo obbligatorio. Per le aziende che applicano CCNL di sigle minori, questo significa una cosa concreta: dovranno dimostrare che il loro contratto offre un trattamento almeno equivalente.

Ma “equivalente” in base a cosa? Il TEC da solo non basta. Come sottolinea Sacconi, il TEC include già le voci indirette e le prestazioni dei fondi collettivi. E qui entra il TEN — il Trattamento Economico e Normativo — che comprende anche la sanità integrativa e la previdenza complementare. Un CCNL con paga base leggermente inferiore ma welfare strutturato può avere un costo azienda equivalente o superiore al leader di settore, con vantaggi fiscali che la retribuzione diretta non ha.

È la stessa analisi che trovate nelle schede comparative di questo sito e nella pagina Welfare Confintesa. Se il legislatore sceglie di usare il TEC come metro, diventa ancora più importante sapere leggere il TEN: è lì che si gioca la partita dell’equivalenza.

Confintesa ha depositato al CNEL una proposta di legge alternativa con test antidumping oggettivo.

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Fonti

Gli articoli citati sono tutti del 10 aprile 2026: Giuliano Cazzola, “Pochi pirati nella giungla dei Ccnl” (Il Foglio); Dario Di Vico, “Caccia al monopolio sindacale” (Il Foglio); Marco Iasevoli, “Meloni tira dritto e promette una svolta su case e lavoro” (Avvenire); Maurizio Sacconi, “Salari più alti, la soluzione è nei contratti” (Quotidiano Nazionale); Paola de Majo, “Il salario minimo legale si riaffaccia alla Camera” (Italia Oggi).

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