Contratti pirata, la proposta di Confintesa arriva alla Camera. Prudenzano: “Il CNEL li classifica, noi certifichiamo i contenuti”

Il Segretario generale di Confintesa risponde alla riorganizzazione dell’archivio CNEL: “Dividono i contratti in serie A e serie B con dati che loro stessi sanno essere sbagliati. Noi proponiamo di misurare cosa c’è dentro, non chi firma”

Il 20 aprile il CNEL ha approvato la riorganizzazione definitiva dell’Archivio nazionale dei contratti collettivi. Secondo il presidente Brunetta, 99 contratti firmati da CGIL, CISL e UIL coprono il 97% dei lavoratori privati; gli altri 800, firmati da organizzazioni minori, coprono appena il 2%. Una narrazione ripresa da tutti i principali quotidiani nazionali. Ma i numeri su cui si basa questa classificazione sono affidabili? E soprattutto: dividere i contratti in base a chi li firma è davvero il modo per combattere il dumping? Confintesa dice di no, e lo dice con un atto concreto: una proposta di legge depositata alla Camera dei Deputati che introduce criteri oggettivi di certificazione basati sul contenuto dei contratti, non sulla dimensione delle sigle firmatarie. Ne parliamo con il Segretario generale Francesco Prudenzano.

Segretario Prudenzano, il CNEL ha appena riorganizzato l’archivio dei contratti collettivi. Novantanove contratti per il 97% dei lavoratori, ottocento per il 2%. Cosa non torna?
Non torna la base dati. Quei numeri vengono dai flussi Uniemens dell’INPS, che registrano il codice contratto indicato dal datore di lavoro nella denuncia contributiva mensile. Se il datore sbaglia codice, non lo inserisce, o il sistema non lo riconosce, quel lavoratore semplicemente non esiste. Noi abbiamo CCNL applicati a enti pubblici con centinaia di dipendenti che nell’archivio risultano a zero lavoratori. L’ho segnalato per iscritto al presidente della Commissione Informazione del CNEL il 14 gennaio scorso. Nessuna risposta. E su quei dati sbagliati adesso costruiscono l’intero sistema di classificazione.

Sta dicendo che la distinzione tra contratti di serie A e serie B si basa su dati inattendibili?
Sto dicendo che il CNEL lo sa. Sa che i flussi Uniemens non fotografano la realtà applicativa dei contratti, specialmente quelli delle organizzazioni più piccole. E nonostante questo, ha fissato una soglia del 5% dei lavoratori per divisione ATECO per entrare nella sezione principale dell’archivio. Chi non la raggiunge finisce in una sezione separata, senza scheda analitica, senza comparazione, invisibile. È un sistema che premia chi è già grande e cancella chi sta crescendo.

Ma la Corte costituzionale non si era già pronunciata su questo punto?
Sì. La sentenza 156 del 2025 ha censurato proprio i criteri discrezionali del CNEL nella gestione dell’archivio. Il CNEL ha risposto cambiando l’etichetta — da discrezionale a “oggettivo” — ma il risultato è identico: un filtro che esclude sulla base della dimensione, non della qualità. Hanno sostituito l’arbitrio con una soglia numerica costruita su dati che non verificano.

Il decreto Primo Maggio del governo va nella stessa direzione. Si parla di “contrattazione comparativamente più rappresentativa” come criterio di riferimento. È una soluzione?
È la consacrazione legislativa di un sistema chiuso. La formula “comparativamente più rappresentativa” significa, nella pratica, i contratti firmati da CGIL, CISL e UIL. Punto. Non si misura la qualità del contratto, non si guarda cosa c’è dentro: si guarda chi c’è sopra. Se domani un contratto firmato da un’organizzazione minore offrisse tutele superiori al contratto leader, verrebbe comunque escluso. Questa modalità di lavoro non combatte il dumping, lo ignora, e nel frattempo elimina la concorrenza.

Voi però avete fatto qualcosa di diverso: avete scritto una proposta di legge. E adesso è alla Camera.
Esatto. L’abbiamo presentata prima al CNEL, dove è stata ignorata per cinque mesi. Poi è stata depositata alla Camera dei deputati come proposta di legge. Dodici articoli che introducono un principio semplice: il valore di un contratto collettivo si misura dal contenuto, non dalla firma.

Come funziona concretamente la certificazione che proponete?
Si valuta il Trattamento Economico Complessivo e il Trattamento Economico Normativo — TEC e TEN. Quanto paga il contratto in termini retributivi totali, e cosa offre in termini di diritti, sicurezza, welfare. Peraltro, questo schema esiste già nel Codice degli Appalti. L’Allegato I.01 al decreto legislativo 36 del 2023 prevede la verifica di equivalenza tra contratti collettivi proprio su queste basi. L’ANAC, nel Bando Tipo n. 1 del 2023, ammette fino a due scostamenti marginali. Non stiamo inventando nulla: stiamo chiedendo di applicare alla contrattazione collettiva ciò che già si applica agli appalti pubblici.

Se è così semplice, perché nessuno l’ha fatto prima?
Perché il sistema attuale conviene a chi è dentro. Un criterio oggettivo significherebbe che anche un contratto firmato da un’organizzazione non confederale potrebbe risultare idoneo — e questo mette in discussione posizioni consolidate. Il dumping contrattuale è un problema reale, ma la soluzione non è eliminare la concorrenza: è misurare la qualità.

La vostra proposta prevede anche un registro pubblico con codice univoco nei flussi INPS. Che problema risolve?
Risolve esattamente il problema che ho descritto prima: i dati sbagliati. Oggi i flussi Uniemens sono l’unica fonte e non funzionano per quasi tutti i contratti “non confederali”. Noi proponiamo un codice univoco per ogni CCNL certificato, collegato direttamente ai flussi contributivi. Così sai con certezza quanti lavoratori sono coperti da ogni contratto, senza errori, senza omissioni, senza classificazioni arbitrarie.

C’è anche il tema della delega sindacale universale.
È un punto fondamentale. Il lavoratore deve poter scegliere liberamente a chi affidare la propria rappresentanza sindacale, indipendentemente dal contratto applicato dall’azienda. Oggi questa libertà è spesso condizionata. L’articolo 39 della Costituzione garantisce la libertà sindacale senza condizioni di forma o di dimensione. Noi chiediamo che venga applicato.

Il 23 maggio sarete al Festival del Lavoro con un convegno su questi temi. Cosa vi aspettate?
Ci aspettiamo di portare i dati, non le opinioni. Al convegno presenteremo le schede comparative TEC e TEN dei nostri contratti rispetto ai contratti leader di settore, con numeri verificabili. Chi vuole giudicare, potrà farlo sui fatti. Il titolo del convegno è “Salario giusto, contratto giusto” e il panel comprende parlamentari di maggioranza e opposizione, giuristi e giornalisti. Noi non chiediamo protezione: chiediamo di essere misurati con lo stesso metro.

Un’ultima domanda: a chi si rivolge questa battaglia?
A chi vuole un sistema aperto. Ai lavoratori che meritano tutele reali indipendentemente dalla sigla sul contratto. Alle imprese che vogliono applicare contratti seri senza essere penalizzate perché non hanno scelto quello del sindacato più grande. E alla politica, che può decidere se continuare a proteggere rendite di posizione o costruire regole trasparenti. La nostra proposta di legge è depositata alla Camera. Il testo è pubblico. Le alternative ci sono. Il punto è se si vuole usarle.

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